Voce in cui la fine non finisce

Incontro con Filippo Davoli, Francesca Serragnoli, Eugenio Mazzarella e Nick Krause.
Letture degli autori e del CPCC

00:00 Introduzione

3:54 Filippo Davoli Poeta marchigiano, autore di numerosi libri (tra cui l’antologia che raccoglie testi dalla sua intera opera Poesia. 1986-2016 uscita un anno e mezzo fa per Transeuropa). Ha collaborato con cantautori, attori. Accanto alla produzione poetica ha sempre affiancato una forte attenzione critica: è direttore della casa editrice “Industria & Letteratura” ed è direttore, con Gabriel Del Sarto, della rivista online “Nuova Ciminiera” (www.nuovaciminiera.it). Si attende l’uscita di un suo nuovo libro prevista per la prossima primavera.

20:25 Francesca Serragnoli Di Bologna. Si è laureata in Lettere Moderne e in Scienze Religiose. Ha pubblicato le raccolte Il fianco dove appoggiare un figlio (Bologna 2003, nuova ed. Raffaelli Ed. 2012), Il rubino del martedì (Raffaelli Ed. 2010) e Aprile di là (LietoColle – collana Pordenonelegge, 2016). È stata tradotta in varie lingue, suoi testi sono apparsi in varie antologie estere e in volume in Argentina, Spagna e in Romania. Attendiamo l’imminente uscita del suo ultimo volume La quasi notte (per MC, Milano, 2020).

36:00 Eugenio Mazzarella Professore ordinario di filosofia teoretica presso l’Università Federico II di Napoli. È stato Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia e deputato al Parlamento nella XVI Legislatura. Accanto agli importanti contributi filosofici, punto di riferimento indiscusso nel loro ambito, nel 2015 ha pubblicato la raccolta di poesie Anima madre. Di recente pubblicazione il volume “Perché i poeti. La parola necessaria” edito per Neri Pozza.

50:59 Nick Krause Poeta e narratore americano. Vive a Rockville nel Maryland, nell’area metropolitana di Washington.

1:02:57 Reading a cura del CPCC
Emiliano Zappalà (Philiph Larkin)
Tommaso Faro (Mario Benedetti)
Lorenzo Rapisarda (Dario Bellezza)
Angelo Santangelo (Mario Luzi)

Arrimina – PUBlic poetry reading

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“Arrimina” cioè, in siciliano, “mescola” gli ingredienti, falli incontrare, trova un sapore e un gusto nuovi. La poesia non ci mette al riparo, ma ci fa riconoscere che la vita è una cosa “arriminata”…

Nel corso della serata si potrà ordinare il cocktail “Arrimina”, inventato per l’occasione: parte del ricavato sosterrà le prossime attività del Centro.

 

Mario Benedetti (1955-2020)

Un invito alla lettura di Mario Benedetti (1955 – 2020), poeta dalla voce limpida e disarmata, che ci ha lasciato due giorni fa: a chi ha già scoperto la sua poesia, e a chi sta per farlo.

* * *

Sta solo fermo nella tosse.
Un po’ prende le mani e le mette sul comodino
per bere il bicchiere di acqua comprata,
come tanti prati guardati senza dire niente,
tante cose fatte in tutti i giorni.
Intorno ha una cassettiera con lo specchio,
due sedie scure, un armadio, l’incandescenza minuscola di una stufa.
Dei centrini, la stampa di una natività con il rametto di ulivo,
un taccuino, dei pantaloni, delle cose sue.
Davanti il cielo che è venuto insieme a lui,
gli alberi che sono venuti insieme a lui. Forse una ghiaia di giochi
e dei morti, che sono silenzio, un solo grande silenzio, un sile
nzio di tutto.
A volte l’acqua del Cornappo era una saliva più molle,
un respiro che scivolava sui sassi.
A volte tutto era l’uccellino del freddo disegnato sul libro di lettura
vicino a una poesia scritta in grande da imparare a memoria.
A volte niente, venire di qua a prendere il pezzo di cioccolato
e la tosse, quella maniera della luce di far tremare le cose,
gli andirivieni, il pavimento stordito dallo stare male.

M. Benedetti, «Umana Gloria» (Mondadori, 2004)

 

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La tombola dei poeti / 2

Al Centro di Poesia Contemporanea di Catania non sembrerà più Natale senza la «Tombola dei poeti». Ecco qualche foto dall’evento, punteggiato dai versi di Heine, Pascoli, Gualtieri, Kavafis, Donne e tanti altri. Grazie di cuore al Circolo Città Futura per l’ospitalità e a tutti coloro che hanno partecipato e contribuito a sostenere le future attività del Centro.

OraPoesia / Giovanna Bemporad

«Non domare, implacabile, il mio riso». Oggi per l’incontro di oraPoesia abbiamo scelto le splendide e dure poesie di Giovanna Bemporad. Endecasillabi cristallini, un settenario che ti lascia come su un precipizio. Una «variazione» in limine mortis, rivolta a a se stessa o a un tu «arcano, insondabile». Il movimento è quello dolce e terribile dell’aldilà omerico, del Purgatorio dantesco, del penultimo Montale. Giunge una chiamata, si innesca un movimento, per prendere atto del mistero e accoglierlo come tale.

Alla prossima OraPoesia! Non mancate!

OraPoesia / John Ashbery

65293969_2193139834317277_688891339571462144_nQuello di ieri è stato un tramonto memorabile: abbiamo inaugurato l’autunno del Centro leggendo insieme i versi di John Ashbery nel cortile del Monastero, provando insieme a intercettarne le sfumature e a costruirne il senso.
Dentro la notte un’attesa, nel contemporaneo «sfarinato» una «promessa di pienezza». Tra Whitman, Yeats, Strand, Dante e Montale, «è un sospiro che sale da ogni minuscola cosa terrena». I tasselli della poesia si intarsiano, gli oggetti quotidiani e le parole alte e quasi ingombranti. Cambia la stagione, il tempo, filtra la luce attraverso lo specchio. L’evento cardine è il riconoscimento, la sensazione di essere stati scoperti per come si è, la comunione col mondo. In alcuni poeti americani c’è una terza via, in filigrana, tra ciò che «livella» e ciò che «dona».

COME UNO BUTTATO UBRIACO SUL BATTELLO POSTALE

Ho tentato tutto, poco era immortale e libero.
Altrove è come stessimo in un luogo dove il sole
scende sfarinato, un po’ per volta,
ad aspettare che qualcuno venga. Volano parole aspre,
mentre il sole tinge in giallo il verde dell’acero…

Tutto qui, ma ermeticamente
ho avvertito il sommuoversi di un fiato nuovo nelle pagine
che tutto inverno hanno esalato l’odore di un vecchio catalogo.
Nuovi periodi si accendevano. Ma l’estate
era inoltrata, non ancora oltre il mezzo del cammino
ma piena e buia della promessa di quella pienezza,
di quel momento in cui non ci si può più sviare
e perfino i meno attenti ammutoliscono
per contemplare ciò che è pronto ad accadere.

Uno sguardo di specchio ti arresta
e tu passi oltre scosso: ero io il percepito?
Mi hanno notato, stavolta, così come sono,
o tutto è ancora rimandato? I bimbi
ancora intenti ai giochi, nuvole che salgono con agile
impazienza nel cielo pomeridiano, per dissiparsi
quando scende il limpido, denso crepuscolo.
Solo in quel colpo di clacson
là in fondo, per un attimo, ho pensato
che l’insigne evento formale stesse iniziando, orchestrato,
i colori addensati in uno sguardo, ballata
che abbraccia il mondo intero, adesso, ma con dolcezza,
ancora con dolcezza, ma con ampia autorità e tatto.

La prevalenza di quei fiocchi grigi che cadono?
È pulviscolo di sole. Hai dormito al sole
più della sfinge, ma non ne sai più di prima.
Entra. Ho pensato che un’ombra tagliasse la soglia
ma era soltanto lei venuta a chiedere ancora una volta
se intendevo entrare, e in caso contrario di prendermela calma.

La lucentezza della notte s’insedia. Una luna dal pallore cistercense
ha scalato la vetta del firmamento, vi si è installata,
socia adesso nell’affare del buio.
E un sospiro sale da ogni minuscola cosa terrena,
da libri, carte, vecchie giarrettiere, dai bottoni di sottomaglie e mutandoni
riposti in una scatola di cartone bianco chissà dove, e tutte le versioni
inferiori di città rase al suolo dalla livella della notte.
L’estate troppo esige, troppo prende,
ma la notte, schiva, reticente, dona più di ciò che sottrae.

John Ashbery (trad. Damiano Abeni)

[Photo by Lynn Davis]

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